Il numero esatto, andato in scena al Ridotto del Mercadante di Napoli, non è uno spettacolo che cerca risposte facili, ma è un lavoro che resta dentro le domande. Che cosa sia davvero una madre, che cosa una figlia, qui non viene mai definito una volta per tutte: diventa piuttosto un campo di tensioni, un territorio fragile eppure fortissimo grazie alla drammaturgia di Fabio Pisano, una ‘partitura di parole’ che guida e accompagna lo spettatore.
La regia di Martina Badiluzzi non cerca l’esplosione emotiva, ma costruisce un equilibrio sottile fatto di presenze e assenze, di pieni e vuoti. È soprattutto nel disegno luci di Fabrizio Cicero che questo impianto trova la sua forma più compiuta: nel buio, uno squarcio di luce illumina una delle madri protagoniste, mai in piena luce, quasi a suggerirne una presenza trattenuta o ancora azioni appena accennate avvengono dietro un velario.
Il cuore pulsante dello spettacolo è il lavoro delle cinque attrici: Alessandra Borgia, Francesca Borriero, Anna Carpaneto, Federica Carruba Toscano e Giulia Weber che si muovono dentro la drammaturgia con precisione rara. Il loro è un lavoro artigianale sulla parola: la restituiscono senza appesantirla e, soprattutto, lo fanno con autenticità. Ne nasce una recitazione che non cerca effetti, ma si fonda su un ascolto continuo, capace di tenere insieme dimensione intima e riflessione politica senza mai separarle. Ed il pubblico apprezza molto questo flusso continuo, questa recitazione complessa eppure così autentica. Spesso le attrici sono presenti in tre sulla scena ma il dialogo è tra due eppure la terza presenza incombe con una energia encomiabile data da uno sguardo, un leggero movimento, una presenza-assenza.
Il tema della maternità è affrontato nella sua forma più radicale e meno conciliata, svincolato da ogni automatismo biologico o sociale: non coincide con il generare né con un destino inscritto nei corpi.
È relazione, scelta, e questa parola torna tante volte, talvolta rifiuto; è conflitto, ambivalenza, distanza. Proprio in questa sottrazione di certezze lo spettacolo trova la sua forza più incisiva.
Alice, nel suo percorso, non cerca risposte definitive ma un ascolto più profondo: il proprio nome che risuona nelle voci delle altre. Attraversa prescrizioni, sensi di colpa e modelli imposti, fino a scardinarli dall’interno. Attorno a lei, le altre figure femminili, madri, figlie, donne che abitano condizioni diverse, non vengono mai giudicate. La madre che non desidera la figlia, la gestante che offre il proprio corpo: tutte esistono fuori da gerarchie morali, dentro una complessità che scrittura e regia rispettano fino in fondo.
Al tema centrale della maternità e dell’essere figlia si affianca quello della guerra in Ucraina, inserito nel contesto generale in maniera efficace e mai didascalica, come controcampo che amplifica le contraddizioni del presente.
Lo spettacolo affida tutto alla recitazione e alle efficaci trovate registiche, senza cedere alla tentazione di spiegare.
Quando si esce, forse, qualcosa si è spostato: non una risposta, ma uno sguardo nuovo, più ampio, capace di nominare diversamente l’amore e la maternità. bel vengano, dunque, lavori profondi come questi dove il lavoro ‘artigianale’ del teatro esce fuori con grande efficacia.