Cosa resta di un burattino quando smette di essere di legno? Per molti la trasformazione di Pinocchio in un “ragazzino perbene” è un lieto fine, ma nella visione teatrale di Bernardo Casertano, ispirata alle letture di Giorgio Manganelli e Carmelo Bene, quel passaggio rappresenta una vera e propria sconfitta.
In questa intervista l’attore e regista svela i retroscena di uno spettacolo che scardina l’iconografia classica del personaggio di Collodi per trasformarlo in un’indagine profonda sulla natura umana e sociale.
Il legno come libertà, la carne come indottrinamento
La scelta di Casertano è netta: il Pinocchio che affascina è quello fatto di legno. Finché rimane materia grezza, Pinocchio è libero di inseguire qualsiasi cosa attiri la sua attenzione, senza filtri o sovrastrutture. Nel momento in cui viene “indottrinato” e diventa un bambino in carne ed ossa, la sua carica vitale si spegne sotto il peso delle regole borghesi. È qui che nasce il conflitto: il legno è autenticità, il bambino è una tragedia della conformità.
La genitorialità: un’audizione senza preparazione
Uno dei temi centrali dello spettacolo è la genitorialità, affrontata come un evento naturale e dirompente, spogliato da ogni etichetta borghese o progressista.
Casertano utilizza una metafora potente: Pinocchio che affronta un provino di danza. Perché la danza? Perché Pinocchio non è un danzatore, non lo ha mai fatto. Proprio come quando si diventa genitori: non esiste un corso che ci prepari davvero all’impatto con una nuova vita. Si va in scena, si fa una prova, spesso senza superarla, in un “corto circuito” emotivo che accomuna ogni essere umano.
Carta, dialetti e linguaggi spezzettati
La messa in scena è materica e sonora. L’ispirazione per le scenografie nasce da un dettaglio quotidiano: un cartellone pubblicitario strappato che vibra al vento, simbolo di qualcosa che vuole uscire dai ranghi.
La Carta: Rappresenta la fragilità e i brandelli di un essere umano che si rompe e si scompone.
I Dialetti: Anche la lingua è frammentata. La Fatina parla un dialetto casertano/napoletano sicuro e autorevole (la coscienza), mentre Pinocchio si esprime in un Grammelot veneto disarticolato, specchio della sua natura precaria.
Un messaggio di gentilezza
Nonostante la durezza del confronto con la società e le sue commissioni giudicatrici, il Pinocchio di Casertano risponde con la gentilezza. È questo il messaggio finale: la gentilezza come unico modo possibile per affrontare le situazioni ostiche della vita. Solo negli ultimi 30 secondi dello spettacolo, il personaggio si spoglia di tutto — legni, carte e dialetti — per mostrare una pulizia interiore, lasciando allo spettatore una riflessione nuda sulla propria esistenza.
Perché vederlo?
Questo spettacolo non è solo una rilettura di una favola, ma un atto di resistenza contro la standardizzazione dei sentimenti. In un mondo che ci vuole sempre “preparati” e “coperti”, il Pinocchio di Casertano ci ricorda che la vera bellezza risiede nella nostra meravigliosa, incompiuta e legnosa fragilità.