Maria Cristina Antonini è pittrice, docente di Pittura e Tecniche performative presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli, ideatrice e curatrice di Donne ad Arte, progetto dedicato alla valorizzazione della ricerca artistica delle donne. La sua ricerca pittorica si sviluppa attraverso stratificazioni, trasparenze, minime variazioni cromatiche e geometrie sospese, in un continuo dialogo tra materia, memoria e percezione. Parallelamente, il suo impegno curatoriale nasce dal desiderio di creare spazi di ascolto, confronto e condivisione, nei quali la cultura delle donne possa trovare nuove forme di espressione.
Partecipa con una sua opera al Premio Lamberti.
In che modo la sua pittura, così attenta al minimo dettaglio e a una dimensione intima della materia, si relaziona con la complessa realtà visiva e culturale in cui opera?
Procedo per scarti minimi, veline sovrapposte, colori sgranati; il mio sentire è così: dilatato e acuto, ogni cosa può fare male, come andare in giro senza pelle – la mia pittura è al tempo stesso tentativo di dire questo sentire e riparo – la scommessa è che un sussurro sia forte quanto un grido – e l’affermare a bassa voce questo sguardo, questa lente per abitare il mondo.
Da ideatrice e curatrice di Donne ad Arte, quale urgenza culturale e sociale l’ha spinta a dare vita a questo specifico spazio di espressione e condivisione per le artiste?
Partire da me – partire da sé è arte e cultura delle donne – ero giovanissima e con le donne mi sono subito sentita a casa, così da allora – violenza sulle donne è anche dare meno spazio, non valorizzare, non mettersi in ascolto dei valori diversi da quelli della cultura maschilista dominante, di cui le donne sono portatrici – è un tipo di violenza esercitata in maniera assolutamente democratica e trasversale: in ogni ceto, ad ogni latitudine – da qui l’esigenza, da un lato di custodire e diffondere le opere delle artiste, dall’altra realizzare progetti e laboratori in cui cultura e modi delle donne possano diventare metodo.
Nel suo doppio ruolo di pittrice e curatrice, come riesce a far dialogare la solitudine del suo processo creativo sulla tela con la dimensione corale dell’organizzazione di mostre e rassegne?
Sono la stessa, quando sono sola, in silenzio, divago e creo e quando propongo e vivo una dimensione corale, è una misura rotonda, semplicemente mi muovo di volta in volta in maniera differente, a seconda.
La sua ricerca pittorica si muove spesso su tonalità delicate e geometrie della memoria: quali sfide incontra nel tradurre stati d’animo impalpabili in una forma visiva definita?
Nella mia ricerca in cui, come lei giustamente coglie, le geometrie sono apparenti e le trasparenze appena percepibili, la forma sospesa combacia con quella definitiva; razionale e sentimentale, tangibile e ineffabile coincidono, fino ad essere lo stesso, a non esprimersi più come binomio, ma come univoca ricerca di luce nella pittura, camminando sul filo.
Attraverso le iniziative di Donne ad Arte, quali sono i messaggi o le barriere di genere che ritiene più urgente scardinare nel panorama artistico contemporaneo?
Vorrei in parte, nel mio piccolo, risarcire e dare spazio alle voci delle donne, custodendone e mostrando il patrimonio artistico e, al tempo stesso, incoraggiare una diversa modalità di fare arte, che muova dalla cultura delle donne e dal partire da sé, senza rinchiudersi per questo in una forma diaristica o circoscritta, ma che può diventare patrimonio di tutte e tutti – in particolare mi appassiona la produzione di libri d’artiste a più mani, quasi suggello di incontro e scambi avvenuti.
Ci racconta la sua opera che ha realizzato per il Premio Lamberti?
I bianchi ventagli delle onde: carta giapponese su carta Arches, acquerelli e matite – lo spunto è l’amore incondizionato per il mare e la vicinanza quasi adesiva con l’amatissima Virginia Woolf e il suo romanzo Le onde, in cui, appunto, si dice: «Le onde rompendosi spargevano lontano su tutta la spiaggia i loro bianchi ventagli» -.
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