Un memoriale dedicato alle vittime dell’eruzione del 79 d.C. racconta, per la prima volta attraverso un allestimento museale permanente, gli ultimi momenti della città di Pompei. L’esposizione, che aprirà al pubblico dal 12 marzo 2026 presso la Palestra Grande degli scavi, ripercorre la tragedia che travolse migliaia di persone e trasformò l’antica città vesuviana in una testimonianza unica della storia.
Il percorso restituisce, passo dopo passo, la dinamica dell’eruzione e il destino dei suoi abitanti, attraverso l’esposizione dei calchi delle vittime e di una selezione di straordinari reperti organici conservatisi sotto le ceneri del Vesuvio.
La mostra nasce dal dialogo tra ricerca scientifica e linguaggio museale, con l’obiettivo di restituire dignità alle vittime e allo stesso tempo raccontare la storia con rigore e chiarezza. Il visitatore si trova così di fronte a una narrazione oggettiva della tragedia, capace di restituire quella che lo scrittore Luigi Settembrini nell’Ottocento definì “il dolore della morte che riacquista corpo e figura”, descrivendo i calchi come “non arte, non imitazione; ma le loro ossa, le reliquie della loro carne e de’ loro panni mescolati col gesso”. Anche Primo Levi, nella poesia La bambina di Pompei, parlò di “agonia senza fine, terribile testimonianza”.
In mostra sono esposti 22 calchi di vittime, selezionati tra quelli meglio conservati e più leggibili. Le testimonianze provengono da diversi contesti della città: dalle domus delle aree interne fino alle strade e alle porte urbane, lungo le quali molti abitanti tentarono invano di fuggire. È la prima volta che un numero così ampio di calchi viene riunito in un’unica esposizione. A Pompei, dalla metà dell’Ottocento, ne sono stati realizzati circa cento, molti dei quali sono ancora visibili nei luoghi originali del ritrovamento.
L’allestimento si sviluppa lungo i portici nord e sud della Palestra Grande, il grande edificio quadrangolare situato di fronte all’Anfiteatro, un tempo destinato alla formazione dei cittadini. Il percorso comprende una sezione dedicata alla vulcanologia e ai reperti organici – tra piante e animali – e una sezione dedicata ai resti umani.
Il Ministro della Cultura Alessandro Giuli ha dichiarato: «Mi ha colpito il grande rigore scientifico dell’allestimento e la capacità di restituire la cruda verità dell’eruzione di Pompei attraverso l’espressività dei calchi. Al tempo stesso emerge un atteggiamento profondamente rispettoso verso le vittime, in una sorta di galleria del dolore che assume quasi il valore di un sacrario contemporaneo. È una mostra coraggiosa e molto attuale: rappresentare la morte non è facile, soprattutto quando si tratta di corpi travolti da cenere e lapilli. Qui si è riusciti a farlo con uno sguardo scientifico ma anche empatico».
Il Direttore del Parco Archeologico di Pompei, Gabriel Zuchtriegel, ha sottolineato: «Si tratta probabilmente della più grande sfida museologica che abbiamo affrontato. Abbiamo cercato un linguaggio capace di unire la semplicità di un memoriale con il valore della scoperta scientifica. I calchi non sono reperti, non sono statue e non sono opere d’arte: sono persone. Guardandoli possiamo riconoscere la nostra fragilità e la nostra umanità. Da questo incontro può nascere un messaggio profondo: la vita è fragile, preziosa e bella».
Nel 79 d.C. l’eruzione del Vesuvio distrusse improvvisamente Pompei, seppellendo la città sotto metri di cenere e pomici. L’evento ha conservato non solo edifici e strade, ma anche le tracce delle vite quotidiane dei suoi abitanti.
Molte persone rimasero intrappolate durante la seconda fase dell’eruzione, quando una nube ardente di cenere vulcanica – la cosiddetta corrente piroclastica – investì la città. Con il passare del tempo i corpi e i materiali organici si decomposero, lasciando vuoti nella cenere indurita.
Nell’Ottocento questi spazi vennero individuati durante gli scavi e riempiti di gesso, dando origine ai celebri calchi delle vittime. La tecnica fu perfezionata nel 1863 dall’archeologo Giuseppe Fiorelli, che riuscì a restituire le forme delle persone morte durante la catastrofe. Una volta indurito il gesso e rimossa la cenere, riemergevano figure sorprendentemente dettagliate, spesso con le ossa ancora conservate all’interno.
I calchi rappresentano quindi una testimonianza diretta e unica della tragedia: attraverso di essi la scienza restituisce volti, gesti e frammenti di vita degli abitanti di Pompei, fissati nell’istante in cui il tempo si è fermato.
Nel portico sud è ospitata la sezione vulcanologica dedicata al Vesuvio e alla ricostruzione dell’eruzione del 79 d.C., illustrata anche attraverso un nuovo video e la ricostruzione di una colonna di circa quattro metri di ceneri e lapilli, il materiale eruttivo che seppellì la città.
Segue una sezione dedicata ad animali e piante, con una raccolta di reperti organici eccezionalmente conservati che raccontano il rapporto tra gli abitanti di Pompei e le risorse naturali. Il percorso è accompagnato da apparati grafici e riproduzioni iconografiche di fauna e flora tratte da celebri affreschi pompeiani, alcuni dei quali scoperti di recente, come quelli della Casa del Tiaso.
Il portico nord ospita invece la grande sezione dedicata ai resti umani, con i calchi originali delle vittime dell’eruzione. Qui sono presentati anche elementi di arredo e due calchi di porte, che aiutano a ricostruire i contesti di provenienza.
Poiché il tema della morte improvvisa è particolarmente delicato, la sezione delle vittime non è immediatamente visibile: l’ingresso è segnalato da elementi divisori che avvertono il visitatore, lasciando la libertà di scegliere se proseguire nella visita.
L’allestimento privilegia un linguaggio essenziale: l’uso del colore è ridotto al minimo e l’apparato grafico è composto da testi lineari e fotografie d’archivio che documentano i momenti dello scavo e del restauro. Il percorso è arricchito anche da contenuti multimediali, tra cui immagini TAC che mostrano la struttura interna dei calchi, interviste storiche come quella dell’archeologo Amedeo Maiuri sui calchi dell’Orto dei Fuggiaschi e un frammento del film Viaggio in Italia di Roberto Rossellini, dedicato all’impatto emotivo di queste testimonianze.
L’esposizione è pensata come un percorso flessibile, visitabile in entrambe le direzioni e adattabile ai flussi dei visitatori all’interno dell’area archeologica.
Grande attenzione è stata dedicata all’accessibilità: sono presenti contenuti audio, video in LIS e ISL, strumenti di Comunicazione Aumentata Alternativa (CAA) e due sezioni tattili con modellini tridimensionali dei reperti, accompagnati da testi in braille.
Attraverso apparati grafici, video e approfondimenti multimediali, il nuovo allestimento mira a rendere accessibili questi materiali unici, valorizzandoli come straordinarie testimonianze della storia di Pompei e dei suoi abitanti.
Al termine della cerimonia inaugurale, la mostra sarà aperta al pubblico.
La visita è inclusa nel biglietto di ingresso agli scavi.
Ingresso consigliato: piazza Anfiteatro.