Quando si svolgono le olimpiadi a me succede una cosa bellissima: io mi dimentico del calcio, di più, io mi disintossico dal calcio, mi perdo completamente in altri sport, alcuni che seguo già normalmente quando ci sono europei e mondiali – tipo la ginnastica, l’atletica – o che seguo soltanto quando sono all’ombra dei cinque cerchi. E quindi mi scopro a seguire febbrilmente, e a diventare un’esperta a tempo di slalom, super G, pattinaggio, curling. Ho scoperto che non posso più fare a meno del pattinaggio rhythm’dance, per dire (credetemi, è una droga). Cosa c’è di così affascinante, ammaliante, nelle olimpiadi? È così difficile isolare le belle storie di sport nel calcio, o no? Invece nelle olimpiadi si vede lo sport, la fatica, la lealtà, il coraggio, e anche le storie bellissime oltre lo sport. Quelle che non si possono scrivere prima, nel bene e nel male. Federica Brignone, per esempio: nell’aprile 2025 si è fratturata tibia e perone e si è rotta il crociato anteriore, roba che dopo è un miracolo se cammini, lei non solo cammina ma ha vinto l’oro nel Gigante e nel SuperG. Storia di un’atleta che cade e si rialza. O il pattinatore artistico statunitense Ilia Malinin, una macchina perfetta, un angelo sul ghiaccio, che alla prova decisiva, alla consacrazione, cade due volte, sbaglia quasi tutto e finisce ottavo, sopraffatto dall’ansia di dover dimostrare chi è e cosa sa fare. È disperato, ma Simone Biles ci ha dimostrato che non c’è forza più grande che abbracciare le proprie fragilità, e che dopo una caduta puoi tornare più forte di prima. La più forte di sempre. Perché vi ho detto ciò? (scusate, lo vedete, io sono proprio una fanatica delle olimpiadi, che ci posso fare? Ora torno al punto).E poi, all’improvviso, mentre mi beo in queste meravigliose storie di vita e di sport, cerco di capire come funziona il punteggio del pattinaggio (un casino che al confronto quello della trave è la tabellina del 2), vedo uno che mi sembra un dio e i commentatori mi dicono che è una capra e sta sbagliando tutto (a dimostrazione del fatto che se ti vedi uno sport ogni quattro anni puoi non capire proprio tutto tutto) e mi dimentico di vedere Inter-Juventus (e bene ho fatto, a quanto pare), all’improvviso mi ricordo che c’è una vita oltre le olimpiadi. C’è Napoli-Roma. E il Napoli mi fa lo stesso regalo delle olimpiadi. Cade e si rialza. Cade e si rialza. Va sotto e recupera. Subisce un rigore e pareggia. Si fa male Rahmani (Ancora? un’altra volta? Ma che cazz) ed entra il nuovo acquisto Alisson Santos, brasiliano classe 2002 in prestito dallo Sporting Lisbona, tanto nuovo che secondo me se ti avvicini odora ancora di cellophane e aeroporto. Entra si guarda intorno, capisce che la situazione è quella che è e mette le cose in chiaro, fa gol. Poi fa un assist, a dimostrare che comunque non è un egoista. Finisce la partita e Alisson Santos ha un’aria dispiaciuta, perché secondo me voleva fare la doppietta. La Roma poteva vincere e soffiarci il terzo posto, e invece siamo ancora qui. Perché quest’anno funziona così, perché è così che funziona – o dovrebbe funzionare – lo sport. Perché il ciuccio, lo sappiamo bene, si fa secco ma non muore. Mai.
Foto in copertina di Carlo Hermann