Al Teatro San Ferdinando, dal 25 al 29 marzo, arriva Autoritratto, scritto, diretto e interpretato da Davide Enia, artista capace di trasformare la memoria personale in materia teatrale universale.
Dopo il successo ottenuto in città come Milano, Roma e Firenze, lo spettacolo approda a Napoli portando con sé una riflessione potente e necessaria: quella sulle radici profonde della cultura dell’omertà, sintetizzata in un’espressione tanto semplice quanto spietata – “la miglior parola è quella che non si dice”.
Autoritratto è un viaggio che parte da Palermo, città natale di Enia, e si sviluppa lungo una linea sottile che unisce biografia e storia. Il racconto affonda nelle ferite degli anni più bui della lotta alla mafia, evocando eventi simbolo come la strage in cui perse la vita Giovanni Falcone, senza però fermarsi alla cronaca.
Al centro c’è una domanda più profonda: come si costruisce, nel quotidiano, una cultura che finisce per assorbire e normalizzare il silenzio? Enia non cerca risposte semplici, ma invita lo spettatore a un processo di autoanalisi, spostando lo sguardo dalla mafia come entità esterna alla sua presenza nelle dinamiche familiari, sociali e linguistiche.
Il risultato è un racconto che diventa specchio: non solo della Sicilia, ma di ogni comunità in cui il non detto prende il sopravvento.
Lo spettacolo utilizza un linguaggio scenico essenziale ma evocativo, costruito attraverso il corpo, la voce, il dialetto e il ritmo del cunto siciliano. Le musiche originali di Giulio Barocchieri accompagnano e amplificano la narrazione, mentre luci e suono – firmati rispettivamente da Paolo Casati e Francesco Vitaliti – contribuiscono a creare un’atmosfera sospesa, quasi rituale.
In questo contesto, il teatro diventa luogo di indagine: non solo artistica, ma etica. Un processo che attraversa il dolore individuale per trasformarlo in coscienza condivisa.
Tra i momenti più intensi dello spettacolo emerge il racconto del rapimento e dell’uccisione di Giuseppe Di Matteo, una vicenda che ha segnato profondamente la coscienza collettiva italiana. La sua storia, per la brutalità e l’innocenza della vittima, si impone come una frattura insanabile, un punto di non ritorno.
Enia affronta questo episodio senza retorica, lasciando spazio allo sgomento e al silenzio, sottolineando l’impossibilità di trovare parole adeguate di fronte a una tale ferocia.
Più che uno spettacolo, Autoritratto è una chiamata alla responsabilità. Non si limita a denunciare, ma invita a riconoscere quanto certi meccanismi siano radicati nella cultura e nei comportamenti quotidiani.
È un lavoro che mette in crisi, che costringe a guardarsi dentro. Un teatro che non consola, ma apre domande – sulla giustizia, sul potere, sul silenzio, e persino su Dio.
E forse è proprio questa la sua forza: trasformare una storia personale in un’esperienza collettiva, capace di risuonare ben oltre il palcoscenico.