Anime Pezzentelle segna il ritorno discografico di Myriam Lattanzio con la direzione artistica e dagli arrangiamenti di Max Carola, che definisce fin da subito la sua ambizione: non restare dentro un solo linguaggio. La cosa più interessante di questo lavoro è che non fa quello che ci si aspetterebbe. Un progetto così, per temi e lingua, avrebbe potuto facilmente restare dentro un perimetro riconoscibile, quello della tradizione napoletana, magari riletta.
Invece Myriam Lattanzio sceglie un’altra strada, e la scelta passa soprattutto dal suono.
Gli arrangiamenti di Max Carola sono tutt’altro che accessori, sono una dichiarazione. Qui non si cerca la coerenza stilistica in senso tradizionale, ma una coerenza più profonda, costruita mettendo insieme elementi diversi della musica etnica e world. Non è un collage, e non è nemmeno una contaminazione di superficie. È un lavoro di integrazione, le sonorità si muovono, si incrociano, si adattano ai brani senza mai sembrare applicate dall’esterno.
Il risultato è che la voce, che resta centrale, non è mai isolata, ma immersa in un paesaggio sonoro che ne amplifica il significato. E questo cambia anche il modo in cui arrivano i testi.
Perché qui i testi sono pesanti, nel senso più pieno del termine, parlano, infatti, di sfruttamento, identità negate, violenza, invisibilità. E il rischio sarebbe stato quello di chiuderli dentro una forma già conosciuta, ma non è così.
Nel disco, ogni brano costruisce un frammento preciso in un racconto generale. Sangennà si impone come un’invocazione civile contro la guerra, un grido urgente per la pace e i diritti. Con D’a parte sbagliata emergono le vite degli invisibili, di chi resta escluso e ai margini. Chesta città è invece una denuncia diretta, rivolta tanto a chi offende Napoli quanto a chi sceglie di non reagire. Più intima e dolorosa è Nisciuno, che racconta un’identità negata, sospesa tra spazi che non accolgono. In Lupe e lupesse prende forma la violenza, dura e spietata, incarnata nelle donne di camorra. S’aspetta riflette su quel tempo fermo in cui si resta in attesa della vita, ricordando però la necessità di muoversi e agire.
Con Pe’ ddoje rammere il racconto si fa cronaca, restituendo tutta la brutalità dello sfruttamento, mentre Fravecature mostra un mondo del lavoro disumano, dove la paura cancella perfino la solidarietà. Chiude A chi ‘a cantammo, un canto necessario dedicato alle vittime di femminicidio, che restituisce voce e memoria a chi non può più parlare.
In Sangennà, il respiro musicale allarga il senso del brano, trasformando l’invocazione in qualcosa che va oltre il contesto locale accompagnato da un musica in crescendo di forte impatto . In “Nisciuno”, la dimensione sonora accompagna la sospensione identitaria senza semplificarla. Molto belle Fravecature di vivianea memoria, e A chi ‘a cantammo, Nisciuno perché in esse si viaggia tra musica e parola senza fatica, sospinti dalla bellezza di entrambe.
Il napoletano, in questo contesto, diventa ancora più potente perché non è chiuso nella tradizione, è proiettato dentro un suono che lo mette in relazione con altre culture, altri linguaggi. Ed è qui che il disco trova la sua forza vera, non scegliere tra radice e apertura, ma tenerle insieme.
A questo lavoro hanno perso parte un ampio gruppo di musicisti: Michele Maione, Marco Di Palo, Francesco Di Cristoforo, Roberto Trenca, Jennà Romano, Massimo Mollo, Arcangelo Maria Caso e Francesco Ponzo, con la partecipazione di Paolo “Shaone” Romano, Antonella Maisto e di Paese mio bello, formato da Gianni Lamagna, Patrizia Spinosi, Anna Spagnolo e Lello Giulivo.
“Anime Pezzentelle” non è un’operazione nostalgica né un esercizio di stile è un lavoro che prende una tradizione e la spinge fuori, senza tradirla. Grande merito alla scrittura della Lattanzio che confeziona otto perle pronte per diventare brani musicali.
E non è una cosa così frequente.