A un certo punto, con una certa movenza meccanica da burattino furbo, Nello Mascia assomiglia a Totò nella pièce La rigenerazione che porta in scena al Teatro Bellini di Napoli fino a domenica 22 febbraio 2026. Italo Svevo sarebbe contento di sapere che il suo ultimo lavoro drammaturgico riesce a essere rappresentato recuperando quel gusto per la risata ingenua e senza lascivia molto napoletano. Per farlo, ci vuole una compagnia di tutto rispetto che vede sul palco del Bellini un Mascia in gran forma per le oltre due ore dello spettacolo, nei panni dell’ultrasettantenne Giovanni Chierici, alle prese con la fandonia dell’eterna giovinezza che gli vende a suon di bisturi e di costosi rimedi, e che a lui propina un nipote truffaldino (Mauro Parrinello).
L’operazione per la giovinezza si alterna a visioni oniriche simil freudiane, mentre Mascia mette in scena le nevrosi dell’uomo moderno che lo scrittore triestino seppe così bene descrivere nelle sue opere alla soglia degli anni Trenta del Novecento. La componente ironica prevale sul dramma nella rappresentazione, dove sono tanti i caratteri e i temi che si incrociano e quello del titolo è il pretesto per parlare di molte delle fragilità umane, ma anche dell’emergere di un nuovo tipo di donna, autodeterminata e indipendente.
La rigenerazione non è una rappresentazione soltanto ma un libro sul palcoscenico, che si deve “leggere” tra le righe del discorso, proprio come se fossimo alle prese con “La coscienza di Zeno” e con i suoi caratteri femminili contrapposti all’inettitudine più o meno dichiarata del protagonista. Nello Mascia affiancato da un grandissimo Massimo De Matteo (lui sì veramente ringiovanito per l’occasione) riportano la commedia alle questioni esistenziali di oggi: l’età che avanza, la solitudine, la fragilità emotiva di fronte alle gabbie di un’esistenza borghese.
La casa in stile anni Trenta ricostruita sul palco del Bellini da Luigi Ferrigno ed esaltata dalle luci di Cesare Accetta restituisce immediatamente la scelta registica di Valerio Santoro, che riesce a delineare i suoi personaggi nevrotici e furbetti con limpidezza e senza alcuno scivolone, come dicevamo, nel macchiettismo un po’ retrò. Anzi è una certa raffinatezza medio borghese (vestita elegantemente dai costumi di Dora Argento) che pervade tutto il testo, rimandando all’idea di una vita affrontata con superficialità e senza troppi drammi, sebbene la pièce si apra con il dialogo sul lutto che ha colpito la famiglia, ovverosia la morte del “povero Valentino”, marito brutto, anzi bruttissimo, della figlia di Chierici, Emma, interpretata da una bravissima Roberta Caronia.
Ed è con lei, la vedova inconsolabile che rivendica il suo status di donna indipendente e libera, e con la cameriera Rita (Alice Fazzi) che la pièce prende un’altra piega e devia dal tema della giovinezza perduta a quello dell’autodeterminazione della donna, che non si accontenta di essere corteggiata o desiderata (da Enrico (De Matteo, disposto a fare da carta da parati, pur di averla), ma vuole dire la sua. Il dramma delle questioni importanti che Svevo mette in campo – ci sono anche la gelosia, la lotta di classe servo/padrone , (bravo anche Nicolò Prestigiacomo nei panni dello chauffeur fidanzato di Rita e in piena scalata sociale), la malattia e la demenza senile – sfuma nel grottesco, e forse il carattere che meglio rende il tono della pièce è quello della la moglie di Chierici, interpretata da Matilde Piana. Lei parla per frasi fatte, prende tutto con levità, è una gattamorta di inizio Novecento che sa come stare al mondo.