Domenica, 26 Gennaio 2025

Società

Giornata internazionale della pizza: le 10 cose che non sapevate sul patrimonio più buono dell’umanità

Diciamolo subito: la pizza non è un alimento ma una vera e propria religione.

Perché, ammettiamolo, non c'è niente di più sacro di un pezzo di pizza che si scioglie in bocca, capace di mettere d’accordo le persone di ogni parte del mondo.

Il 17 gennaio si festeggia la Giornata mondiale della pizza ma siamo proprio certi che di sapere tutto sull’alimento più sacro di sempre?        

Sacro e profano 

Il 17 gennaio tutto il mondo si festeggia in tutto il mondo il World Pizza Day. La scelta del giorno non è casuale perché coincide con i festeggiamenti Sant'Antonio Abate, patrono dei fuochi e di tutte quelle professioni che al fuoco sono strettamente legate, e quindi anche i pizzaioli. Religione e cibo che si incontrano per celebrare uno degli alimenti più sacri della storia

Ricchi premi e cotillon

Dal 5 febbraio 2010 la pizza è ufficialmente riconosciuta come Specialità tradizionale garantita (STG) dell'Unione europea e nel 2017 l'arte del pizzaiolo napoletano, di cui la pizza napoletana è il prodotto tangibile, è stata dichiarata dall'UNESCO come patrimonio immateriale dell'umanità.Il riconoscimento dell’UNESCO  identifica l’arte del pizzaiuolo napoletano come espressione di una cultura che si manifesta in modo unico, perché la manualità del pizzaiuolo non ha eguali e fa sì che questa produzione alimentare possa essere percepita come marchio di italianità nel mondo.

Le origini

Le prime notizie riguardo alla pizza napoletana risalgono al periodo all’inizio del Settecento quando il cuoco italiano Vincenzo Corrado scrisse infatti un trattato sulle abitudini alimentari di Napoli, osservando come fosse comune condire la pizza e i maccheroni con il pomodoro. Invece la pizza napoletana, nella sua forma più semplice, nacque nel Seicento come evoluzione della tradizionale schiacciata di panee si condiva con aglio, strutto, sale grosso e basilico.

La Margherita e il primo forno a Capodimonte  

Nel Giardino Torre nel Real Bosco di Capodimonte è possibile vedere lo storico forno dove si narra sia stata cotta la prima pizza Margherita della storia. Nel giugno 1889 il cuoco Raffaele Esposito della Pizzeria Brandi fu convocato alla Reggia di Capodimonte per cucinare tre pizze su invito della Regina d'Italia Margherita di Savoia. La sovrana apprezzò particolarmente la pizza con pomodoro, mozzarella e basilico, colori della bandiera italiana. Il piatto venne quindi immediatamente ribattezzato in onore della regina.

Forno a legna, non scherzate

Secondo il disciplinare per la definizione di standard internazionali per l'ottenimento del marchio "Pizza Napoletana" la cottura deve avvenire in forno a legna a circa 485 °C per non più 60-90 secondi. Se non è così chiamatela focaccia, disco di pasta o in qualsiasi altro modo ma per favore “pizza napoletana”, no.

Birra e Pizza, coppia (im)perfetta

Uno degli coppie più solide in pizzeria è sicuramente pizza e birra.  Un sodalizio che sembrerebbe a detta di molti esperti non proprio azzeccatissimo; infatti un vino rosè sarebbe da preferire quando si mangia una pizza. Le radici di questa combinazione vincente sono casuali e risalgono all'epoca post-fascista in Italia. In quel tempo, anche i piccoli pizzaioli di tutto il Paese ottennero finalmente l'autorizzazione per vendere alcolici a bassa gradazione (fino a  8 gradi). Questa decisione favorì la diffusione e il consumo della birra nelle pizzerie. Ma non è tutto qui, poiché il successo di questa accoppiata vincente è attribuibile anche a fattori economici e commerciali. In particolare, il trasferimento della storica birreria "Peroni" nei pressi di Napoli ha avuto un ruolo importante; la marca ha lanciato campagne pubblicitarie che associavano la birra ai piatti tipici della tradizione napoletana, con la pizza in prima fila.

Emigrante di successo

La pizza ha intrapreso un viaggio verso gli Stati Uniti grazie agli immigrati italiani in cerca di opportunità e una nuova vita. New York si rivelò il luogo ideale dove questa prelibatezza trovò una nuova dimora. Nel 1905, aprì le porte Lombardi's, la prima pizzeria americana, che portò a New York la ricetta tradizionale napoletana, contribuendo così a diffondere l'amore per la pizza nel continente americano.

Pizza, Pita o Pinsa?

“Pizza” è senza dubbio una delle parole italiane più nota all’estero. La parola ha origini incerte, ma si ritiene che derivi dal latino "pinsa", participio passato del verbo "pinsere", che significa "schiacciare" o "stendere". Questo rimanda all'atto di stendere l'impasto della pizza. Un'altra teoria suggerisce che la parola possa avere radici nel greco antico "pitta", che indica un tipo di pane o focaccia.

Italiani consumatori seriali di pizze

Nel 2024 in Italia sono stati consumati 5,12 milioni di chili di pizza, pari a 14mila chili al giorno. Lo rileva food delivery Just Eat e sulla base di un’analisi degli ordini, sulla base degli ordini ricevuti lo scorso anno. Le pizze ordinate, se messe in fila, coprirebbero circa 6.400 chilometri e viene fame solo pensare ad una autostrada di Margherite e Capricciose.

Pizza, simbolo di fratellanza universale

La pizza è un piatto versatile e amato in ogni parte del mondo. Nato a Napoli, è arrivato ovunque e continua ad evolversi, innovarsi e a parlare in tutte le lingue. In Francia spicca la tarte flambée conosciuta anche come “pizza francese” con  panna acida, cipolle caramellate e strisce di pancetta fritta. In Spagna troviamo la pizza barbacoa farcita con salsa barbecue, bacon e carne alla griglia. A Chicago la pizza per eccellenza è la deep dish pizza con i bordi molto alti assomiglia a una torta ripiena. In Corea la pizza viene condita con il bulgogi, uno dei piatti tipici locali.

Un giro del mondo, un vero e proprio trattato sui processi di internazionalizzazione vincente che rendono la pizza non un semplice alimento ma un simbolo di unione, diversità e fratellanza universale.

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Le cose che (forse) non sappiamo sul “fallo” di Piazza Municipio

L’arte contemporanea torna protagonista a Napoli con una delle opere più “memeizzata” degli ultimi anni.

Si chiama “Tu si ‘na cosa grande” ed è l’istallazione dello scultore e designer Gaetano Pesce che da qualche giorni è esposta a Piazza Municipio. La forma fallica dell’opera ha scatenato facili ironie e anche un po’ di polemiche: ma siamo sicuri di aver capito di cosa si tratta?

Ne abbiamo parlato con il professore Vincenzo Trione, saggista, storico dell'arte e critico d'arte nonché consigliere alla programmazione delle attività museali e all'arte contemporanea del comune di Napoli ed ecco cosa abbiamo scoperto.

Napoli Contemporanea

Come la Venere degli Stracci di Pistoletto, l’istallazione rientra nella programmazione di “Napoli Contemporanea” che attraverso una serie di iniziative pensate appositamente per gli spazi pubblici e i siti museali si propone di rafforzare la vocazione al contemporaneo della città e valorizzare lo spazio pubblico attraverso l’arte.

Il Piano B

Per Piazza Municipio la prima opera a cui si pensò era Io contengo moltitudini, la suggestiva installazione di Marinella Senatore che fino al 24 ottobre sarà visitabile alla Rotonda Diaz. L’eclettica artista napoletana trasforma le luminarie in simboli di identità e dialogo sociale, creando un inteso spazio di riflessione e di partecipazione collettiva.

Un ritorno alle origini

L’istallazione si compone di due opere in dialogo tra loro: una rivisitazione dell'abito di Pulcinella di 12 metri di altezza e due cuori rossi trafitti da una freccia. I due cuori sono un omaggio dell’autore a se stesso e alle sue origini. Gaetano Pesce infatti era ligure ma di genitori campani, esattamente delle penisola sorrentina. Lo scultore e designer di fama mondiale si è dedicato per lungo tempo all’opera ed è di fatto uno dei suoi ultimi lavori (Pesce è morto il 3 aprile scorso a New York all’età di 85 anni).

Pulcinella d’avanguardia

Se da un lato l’opera rappresenta il cuore dell’autore e il suo personale omaggio alla città, dall’altro è frutto di uno studio che l’artista compie sulla maschera napoletana, da cui ne era quasi ossessionato. Pulcinella è una delle maschere più famose della Commedia dell’Arte e da sempre è stato oggetto di rivisitazione artistica. La mancanza della testa e il vestito così allungato rende Pulcinella quasi surreale inserendolo in una nuova iconografia. Da Gino Severino del primo Novecento si arriva a “Tu si ‘na cosa grande” che rappresenta in questo senso una vera opera d’avanguardia artistica.

Falli Pompeiani

Il fatto che tutti abbiano fatto riferimento alla forma fallica dell’opera potrebbe essere conseguenza di una sorta di memoria collettiva involontaria. Basti pensare a quanto il fallo sia ricorrente nell’antica Pompei dove era ritenuto simbolo di origine della vita, utilizzato per augurare fertilità e benessere. Un talismano enorme nel cuore della città.

I costi

Il comune di Napoli ha acquistato il cuore a 20mila euro. Sono serviti poi 170mila euro che hanno coperto la produzione dell’opera, l’allestimento, l’assicurazione e il servizio di guardiania. Investimento in parte già recuperato in termini reputazionali: i giornali e tv di tutto il mondo parlano da giorni di Napoli e della sua vocazione all’arte contemporanea. Un'attenzione purtroppo molto rara per l'arte: finalmente un riflettore su una narrazione alternativa della città.

Piazza Municipio

L’attenzione quasi ossessiva a caccia dell’ultimo selfie porta i visitatori in una piazza bellissima ma tante volte desolata. Un bel risultato quello di reinventare attraverso l'arte nuovi spazi cittadini ripensando a una nuova fruizione.

E poi

L’opera resterà in piazza fino al 19 giugno e si sta pensando alla sua ricollocazione futura. Per il cuore, si sta pensando all’ex ospedale militare di Napoli, un posto davvero molto bello nei Quartieri Spagnoli  Per il Pulcinella, considerata l’altezza, sarà più difficile trovare un posto dove poter esporre ma sono al vaglio diverse ipotesi. 

Sull’opera di Pesce un po’ di cose le abbiamo imparate, o forse no, ma poco importa perché, come dice Claudio Parmiggiani, artista tra i maggiori protagonisti del panorama artistico internazionale: “L’arte non ha bisogno di alcuna risposta. E’ una domanda che vuole restare tale”.

E una buona domanda resta sempre meglio di tante risposte.

 

 

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